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La città invisibile

Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni d’un linguaggio; le città sono luoghi di scambio, come spiegano tutti i libri dell’economia, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi.

Italo Calvino
Le città invisibili. Einaudi, 1993.

La città immateriale

E’ evidente che una città non può essere né un’opera d’arte unitaria, né un oggetto meraviglioso – fattori di ogni genere sbeffeggiano e calpestano gli umani intenti – ed è per questo che è così difficile trovare un suo stretto equivalente tra gli artefatti.

Joseph Rykwert
La seduzione del luogo. Einaudi, Torino, 2000.

La città decrescente

La città decrescente dovrebbe essere una città con una impronta ecologica ridotta, trattenendo un rapporto forte con l’ecosistema [una bio-regione]. In un primo tempo, la città decrescente, potrebbe essere la città attuale dalla quale sarebbero stati eliminati la pubblicità, le auto e la grande distribuzione e dove sarebbero stati introdotti i giardini condivisi, le piste ciclabili, una gestione pubblica dei beni comuni [acqua, servizi di base] e anche la coabitazione e le «botteghe di quartiere».

Serge Latouche
Città e decrescita. Carta.org, 2011.

La città come spazio/tempo

L’insediamento urbano serve a ottenere, mediante una compressione dei rapporti spaziali, un’accelerazione dei cambiamenti temporali e imprime alla vicenda umana il passo più veloce che distingue la storia dalla preistoria. Nello stesso tempo, rende durevole il passaggio costruito in un’epoca storica, lo trasmette alle epoche successive e vincola in parte il modo di vivere di ogni generazione alle scelte fatte dalle generazioni precendenti. E’ contemporaneamente un motore per inoltrarsi nel futuro e un’àncora per non perdere il legame col passato: in ambedue i casi è uno strumento per viaggiare nel tempo, per saltare la successione degli avvenimenti e avvicinare situazioni lontane, muovendosi nei due sensi.

Leonardo Benevolo
La città nella storia d’Europa. Laterza; Bari, 1993.

La città dei bits

Sarà una città sradicata da qualsiasi punto sulla superficie della terra, configurata dalle limitazioni della connettività e dell’ampiezza di banda, più che dall’accessibilità e dal valore di posizione delle proprietà, ampiamente asincrona nel suo funzionamento, abitata da soggetti incorporei e frammentati che esistono come collezioni di alias e di agenti elettronici. I suoi luoghi saranno costruiti virtualmente dal software e non più fisicamente da pietre e legno; questi luoghi saranno collegati da legami logici al posto di porte, passaggi e strade.
Che forma daremo alla città dei bits? Chi sarà il nostro Ippodamo?

William J. Mitchell
La città dei bits. Electa, Milano, 1997.

La Città Generica

La Città Generica è la città liberata dalla schiavitù del centro, dalla camicia di forza dell’identità. La Città Generica spezza questo circolo vizioso di dipendenza: è soltanto una riflessione sui bisogni di oggi e sulle capacità di oggi. E’ la città senza storia. E’ abbastanza grande per tutti. E’ comoda. Non richiede manutenzione. Se diventa troppo piccola non fa che espandersi. Se invecchia non fa che autodistruggersi e rinnovarsi. E’ ugualmente interessante o priva d’interesse in ogni sua parte. E’ “superficiale” come il recinto di uno studio cinematografico hollywoodiano,che produce una nuova identità ogni lunedì mattina.

Rem Koolhaas
Junkspace. Quodlibet; Macerata, 2006.

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